domenica 7 giugno 2009

Radio riesumata? No risorta...

IL POTENTE E TERRIBILE MAGO DI OZ E' SOLO UN OMETTO NACOSTO IN UNA MACCHINA CHE GLI AMPLIFICA LA VOCE

Questa è robina sulla radio che scrissi alla fine degli anni 90. L' ho sintetizzata e riassunta per dare un po' di profondità all' esperimento. In fondo quello che facciamo qui è figlio di un pensiero antico, almeno per me.(gn)

Tutto il cammino di Golem inizia alla radio e alla radio ritorna dopo contaminanti incursioni, Forse per voglia di revival o necrofilia latente, si parla ogni tanto ancora di radio: la si draga, scandaglia analizza…vedi mai che ci fosse qualcosa di nuovo da dire mentre la tv langue in un profondo appannamento d' immagine, stretta tra l'attesa messianica di nuovi talenti che ne svecchino le scuderie e la riproposizione assillante dei suoi figli scemi o dei loro cloni. La radio ha già saputo mettersi in discussione come simulacro cimiteriale della nostalgia e sgusciare dai polverosi luoghi del confortorio domestico, delle crisi climateriche, delle canzonette di sottofondo o, al contrario, dalle simulazioni giovanilistiche di ultra cinquantenni dalla pessima tintura.

La radio colga l'attimo e si attrezzi, le voci della radio si espandono tra i meandri del web in espressività che vanno oltre il semplice ascolto., la radio può creare per paradosso il fascino della tecnologia a basso livello. Con la meccanica lievemente obsoleta di un giocattolo d'altri tempi ritrovato in un baule, la cara radio, riesce ancora a darci sorprese e fascinazioni Un atteggiamento che ha nel suo dna più di ogni modernissimo ordigno comunicativo.

La radio, semplicissimo apparato domestico, può spesso andare molto oltre chi viaggia grazie a sempre nuove e più potenti trasformazioni ed elaborazioni di un' idea che diventa voce. In totale contraddizione con una pluridichiarata vocazione all'evanescenza inizio qui a sperimentare uno strumento di automitizzazione del proprio quotidiano. Potrà essere utile o solo futile, ma chi se ne importa! Chi vorrà presto potrà bearsi di saper affidata alla storia (una delle tante) ogni propria alienazione. Quelli che hanno solo assaporato e sbirciato dal proprio apparecchio radiofonico ciò che si decideva far loro ascoltare ''dall'altra parte" potranno finalmente avere soddisfazione delle loro più inconfessabili curiositàenti

Con un telefono chiunque può entrare nella macchina delle meraviglie, ci entra a pieno diritto e con tutte le caratteristiche che permettono di vivere in quell’universo, condensarsi in una voce che si muove in un tempo di ascolto. La radio potrebbe avere la forza fulminante dell’apologo Zen che squarcia il torpore e disvela l’assoluto, rispetto al pomposo rituale di una liturgia televisiva celebrata per antichi dei ormai ritirati dalla vista degli uomini,

Per questo forse la radio è fortemente elitaria, privilegia l’individualismo sfrenato, premia la presunzione, il narcisismo, il disprezzo per gli usi comuni e i linguaggi unificanti. La tv ha la logica dell’immersione, chi la segue deve essere teletrasportato all’interno del teatro dell’evento. L’ansia del trapasso tiene incollati. Vista la spiccata ambizione da parte dell'umanità di mantenersi in memoria, di restare in vita passando in televisione la propria faccia, le proprie aspirazioni, la propria vicenda, possiamo affermare che il sistema della comunicazione, organismo integrato di vari componenti, altro non è che una macchina emotiva finalizzata alla sopravvivenza ed esistenza, uno strumento fittizio un concretizzatore di velleità.

La radio, orpello tra i più insignificanti del meccanismo, ma non per questo indifferente, rappresenta l’antica amante a lungo praticata, ma attualmente solo spettro di passioni remote. La si vagheggia in nome del passato anche se nel presente nessuno vuol frequentarla. La radio uccide e annulla in partenza l’effetto “surrogato di memoria” che la televisione usa come suo elemento fondante. In questo particolare momento, sotto forma di nostalgia, alimenta la necrofilia verso le icone svampite dei suoi decenni di storia. Si costruisce un passato per sopravvivere e continuare a promettere sopravvivenza, flebo di formaldeide ad ogni passaggio. La radio deve invece proporre la sfida del vuoto a perdere, dell’ atto gratuito, del passaggio senza ritorno. La radio non regala, semmai toglie, mina, mette in pericolo e questa è la sua caratteristica risolutiva.

La radio può essere proposta proprio come esperienza completamente diversa, alla radio si va per nascondersi al mondo, la radio separa il nostro pensiero dalla mimica facciale, la radio chiude il circuito, rimbomba nelle orecchie di chi parla, resta dentro. La parola si confronta continuamente con l’animo che l’ha generata, ma allo stesso tempo fugge immemore a seppellirsi nell’etere.

Cosa di meglio quindi del vuoto a perdere radiofonico per parlare senza tema di essere ricordati. Quale sfida più moderna esiliarsi alla radio e dare corpo momentaneo, quasi una scultura di sabbia, a tutto l’indicibile. I pochi che hanno accettato la via di una palingenesi autodistruttiva si concedono volentieri all’ombra della propria voce, altri sono radiofonici per ripiego o trattano alla radio con ignavia. La radio disprezza chi ne fa un uso prudente, lo irride come si fa con un amante parsimonioso. I più parlano alla radio e non si preoccupano di sondare oltre i limiti che essi stessi si impongono.

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